PRIMO FESTIVAL DELL’EDUCAZIONE CIVICA Per una cittadinanza inclusiva
A cura di Alessio Annino e Daniela Gulisano
INTRODUZIONE
Alessio Annino e Daniela Gulisano
La società contemporanea, nella sua vorticosa e multiforme quotidianità, ci conferma la fondamentale importanza dell’educazione, e in particolare dell’educazione inclusiva e alla cittadinanza partecipata. In questo senso, l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo economico (OCSE), suggerisce che «migliorare la qualità dei docenti è l’azione che più verosimilmente produrrà un innalzamento del rendimento scolastico degli studenti e della loro capacità di vivere in maniera serena e socialmente proficua l’esperienza formativa»[1]. A tal proposito, si definisce l’azione umana come atto concreto in situazione, fuori da ogni determinismo e che, al di là della componente cognitivo-emozionale, risponde a regole di ordine formativo, sociale e biologico. La capacità in azione, in sintesi, viene interpretata come capacità di funzionamento (agency) e come condizione necessaria alla determinazione della specificità dell’essere umano e della sua libertà d’azione. Sull’argomento il maggiore studioso Amartya Sen, chiama capability questa capacità umana di fruire della fitta rete delle risorse relazionali, spesso individuate come capitale sociale: «competenza ad agire, ibridazione e fitta interazione sinergica tra forme materiali e forme immateriali del rapporto uomo-mondo, persona-contesto di vita»[2].
A tal fine, Le differenti comunità che stanno condividendo questa prima porzione del XXI secolo mostrano innumerevoli cambiamenti e innovazioni a livello globale. Sono proprio i processi di globalizzazione e glocalizzazione che hanno dato vita a una società interconnessa, diversificata e in continua evoluzione. Nello specifico, Bauman sosteneva che «Integrazione e frammentazione, globalizzazione e territorializzazione sono processi reciprocamente complementari; per essere anche più precisi, due lati dello stesso processo; quello della redistribuzione su scala mondiale della sovranità, del potere e della libertà di agire. Per questo motivo è consigliabile, seguendo il suggerimento di Robertson, parlare di glocalizzazione piuttosto che di globalizzazione, di un processo all’interno del quale il coincidere e l’intrecciarsi di sintesi e di dispersione, d’integrazione e di scomposizione, sono qualsiasi cosa che accidentali, ed ancor meno modificabili»[3]. Si tratta di cambiamenti lunghi secoli che si sono sviluppati grazie al fenomeno di espansione della popolazione e al progresso di civilizzazione. Ogni Stato è ormai caratterizzato da un pluralismo culturale che ha dato vita a una vera e propria integrazione mondiale cambiando le mentalità e i modi di vivere delle persone. La realtà della globalizzazione, dell’internazionalizzazione e dell’europeizzazione, pervasa da sintomi di una diffusa crisi economica e valoriale, ci offre la visione di una società che è più modellata comunque al ristretto territorio locale, ma è percorsa e influenzata da svariati modelli elaborati in ambiti culturali che si incontrano in virtù della presenza di membri di altre lingue e culture, e, attraverso i media e new media in particolare, si conforma un contesto planetario che estende il ventaglio di informazioni recepite dal discente. Conseguentemente, anche il concetto di cittadinanza è comunque in evoluzione ed è ormai abbastanza evidente come essere cittadini non corrisponda solo ad uno status conferito ex lege sulla base di determinate caratteristiche fissate dall’ordinamento, ma soprattutto ciò presupponga un processo dinamico di apertura, confronto e analisi continua. In termini specificamente pedagogici, si potrebbe asserire che cittadini non si nasce ma si diventa
Oggi più che mai è possibile affermare come la società moderna sia il risultato dell’avveramento della profezia di McLuhan sulla nascita del “villaggio globale”[4]: un piccolo mondo delimitato da confini stretti che annullano le distanze fisiche e culturali. La diffusione dell’informazione e dei mass media, lo sviluppo tecnologico, i recenti scambi economico-politici e i nuovi mercati globali hanno ridotto le distanze e dato vita a un mondo plurale, aumentando la mobilità e dando nuovo impulso ai flussi migratori. La fase di passaggio al XXI secolo vede emergere progressivamente un concetto della formazione strettamente connesso agli aspetti organizzativi ed amministrativi per migliorare ed innovare le prospettive dell’orientamento professionale e, quindi, le concrete prospettive di sviluppo della persona tanto in ambito culturale e sociale, quanto lavorativo; in seno al dibattito pedagogico, si riflette sulla sfida del mercato del lavoro globale e la scuola, già alla fine del XX secolo, è stata posta di fronte ad alcune scelte non più procrastinabili, in conseguenza della profonda globalizzazione della società e dei mercati. Le scuole italiane, sia quelle statali sia quelle riconosciute dallo Stato come paritarie, sono gli spazi all’interno dei quali i principi fondamentali della Costituzione si confrontano con i giovani ed i giovanissimi, e, reciprocamente, questi ultimi incontrano i precetti della Carta Costituzionale con atteggiamenti diversi, che possono variare dall’interesse e dal rispetto dogmatico, fino al disinteresse parziale o totale. Secondo questa linea, si concreta una delle più difficili ma, nello stesso tempo, stimolanti sfide educative, che consiste nel far vivere la Costituzione negli animi dei discenti e degli individui non come una serie di norme da osservare passivamente, bensì con atteggiamento attivo, partecipe, anche critico ma aperto e propositivo nei confronti degli altri membri della comunità nell’interazione quotidiana.
Inoltre in ottica di complessità crescente si conviene che la società contemporanea è sempre più denotata da una certa compressione delle coordinate del tempo e dello spazio, in quanto a ritmi sempre più vertiginosi una moltitudine variegata di individui si incontra inseguendo le proprie progettualità lavorative ed esistenziali, e la prossimità è accanto, attorno e di fronte a tutti, come mai prima. Oggi, quindi, dal punto di vista pedagogico bisogna riflettere con cura sulla cultura, o meglio, sulle culture che entrano in contatto tra loro nel nuovo contesto multiculturale, e sulle relative conseguenze di tali incontri-scontri, per cercare il modo più efficace di creare un ponte interculturale tra esse, e tra esse e i territori definiti accoglienti. Infatti, in maniera latente, possono emergere tensioni orientate al rifiuto del nuovo, del diverso, con possibilità di etnicizzazione dei problemi in ottica di antagonismo e di esclusione, quando invece il primo step realmente interculturale dovrebbe essere quello caratterizzato dall’inclusione e dall’accoglienza. Oggi più che mai la scuola deve maturare e consolidare il delicato ruolo di interfaccia critica tra famiglia e società, proprio perché i docenti possono avvertire il presentimento di educare senza la percezione del futuro, per tutta una serie di fattori che passano dalla disaffezione familiare in educazione fino all’individualismo nichilistico che fa preferire l’oggi e l’immediato alla progettualità anche
solo per il futuro prossimo. La scuola, come istituzione-cardine per la realizzazione dei processi formativi, ha il compito complesso di lavorare in prospettiva profondamente interculturale per riuscire a fare interiorizzare il principio secondo cui la diversità va vissuta, pienamente e serenamente, e non va ulteriormente enfatizzata, altrimenti sfocia nell’esclusione e nell’emarginazione. La riflessione pedagogica contemporanea oggi è necessario che si soffermi anche sulla necessità di una autoeducazione permanente, tanto
per i ragazzi e i bambini, quanto per gli adulti, i cosiddetti grandi, affinché si colgano in pieno le risorse offerte dall’interazione nella società multiculturale e ci si formi al confronto con l’alterità trascendendo i confini della scuola o del lavoro, in una dimensione universale e planetaria di relazioni umane di crescita e di sostegno reciproco. L’individuo nel suo percorso di vita è sempre e comunque accompagnato a braccio dall’educazione, il vivere è educazione, tanto in dimensione micro quanto in dimensione macro, nelle relazioni complesse con i consociati, e come mirabilmente ci illustra Morin «L’educazione deve contribuire all’auto-formazione della persona (apprendere e assumere la condizione umana, apprendere a vivere) e insegnare a diventare cittadino. Un cittadino, in una democrazia, si definisce attraverso la solidarietà e la responsabilità in rapporto alla sua patria»[5].
La responsabilità delle scelte personali nelle condotte quotidiane e nelle relazioni con l’alterità è quanto di più importante oggi si possa coltivare, ricercando in questo senso un appoggio molto solido nell’accezione latina di colere, che sta ad indicare proprio l’azione del curarsi di, coltivare con estrema cura. Infatti, le ben note problematiche connesse all’evoluzione della società contemporanea, proiettata in una dimensione democratica e di massa, nonché fortemente globalizzante, spingono le riflessioni pedagogiche ad una decisa azione di coscientizzazione, in quanto il soggetto è attore principale, a lui spetta gestire il potenziale delle proprie risorse per progettare un futuro ambivalente: da un lato quello relativo alla propria individualità, dall’altro il futuro suo unito a quello della collettività con cui condivide il percorso di vita. La progressiva acquisizione di autonomia di pensiero, di consapevolezza e di responsabilità nell’agire da uomo e da cittadino sono conseguenza diretta di un superamento di strutture culturali tradizionali verso cui la pedagogia propone una rilettura critica in quanto aperta alle sfide della contemporaneità storico-politica. Oggi, insomma, il soggetto persona si deve confrontare sul campo della complessità con molti fattori, cercando il sostegno della pedagogia come disciplina di emancipazione tout court.
L’uomo oggi è sempre più homo faber, se è lecito trasporre questa espressione in una prospettiva pienamente planetaria e democratica quale è quella in cui egli vive nella contemporaneità, caratterizzata dall’appartenenza a più livelli e dalla tendenza all’universalità effettiva, e lo è, faber, probabilmente come mai prima, perché le enormi potenzialità della dimensione globale gli si dispiegano davanti in un ventaglio esteso e solo una conoscenza tanto delle proprie virtù, quanto dell’ethos e dell’altro, possono offrirgli gli strumenti per effettuare le scelte consapevoli, produttive in senso emancipatorio e più appropriate per la propria crescita antroposociale[6]. Il saggio Il Consiglio Comunale dei Ragazzi, lezione di Educazione Civica che si impara facendo, diGiuseppe Adernò, illustra la nascita proprio a Catania dell’”educazione civica”, e dei grandi progetti prassici che hanno visto la creazione degli importantissimi Consigli Comunali dei Ragazzi e che confermano che »il ruolo degli educatori adulti pone in interazione le Istituzioni scolastiche e le Amministrazioni comunali nella convergente ricerca del miglior bene a vantaggio dell’intera comunità scolastica e cittadina» (infra). Il saggio L’insegnamento dell’Educazione civica scintilla del rinnovamento della cultura e della società italiana, mediante la pratica delle virtù civiche, diSandro Torrisi si sofferma sul ruolo del docente contemporaneo, che in prima linea fronteggia i massicci cambiamenti culturali e sociali, richiamando le virtù connesse alla professione di insegnare, basata «sull’abitus mentale e comportamentale del docente, aderente al rispetto della legge, alla rettitudine di coscienza e al senso del dovere, così da essere testimoni credibili» (infra),
La Storia, e il suo studio sono gli approfondimenti del saggio Certamen di storia. Impegno civico e consapevolezza storica diVirginia Varriale, la quale illustra nelle pagine della sua trattazione la necessità di un approccio attivo alla disciplina della storia, perché l’approccio ad essa diventi «un’esperienza formativa volta a promuovere tra gli studenti uno studio motivato e consapevole della storia, attraverso un approccio tematico che valorizza le capacità critiche, argomentative e dialettiche» (infra).
Il saggio di Franco Martignon, Per una formazione civica autentica, ci permette di richiamare la prospettiva di un’educazione civica come percorso pienamente formativo e attivo, inteso proprio nella accezione di dare forma al futuro cittadino, perché maturino «consapevolezza derivano libertà, responsabilità e capacità di vivere la dimensione comunitaria, elementi indispensabili per costruire una convivenza pacifica e orientata al bene comune» (infra).
Angela Loredana Raimondi nel suo saggio Il Podcast come Strumento Didattico per l’Educazione Civica Europea, offre una riflessione profonda sulle opportunità notevoli ricomprese nelle nuove tecnologie elettroniche che integrano le forme di didattica tradizionale, e segnatamente considera il grande spazio educativo del podcast che «garantisce agli studenti lo sviluppo storico e l’impatto sulla società attuale, trasformando i temi istituzionali in narrazione adatta alle nuove generazioni». (infra). Elena Fazi nella trattazione intitolata Cittadini e Insegnanti, presenta un quadro puntuale sul percorso dell’educazione civica nella scuola, con dettagliati riferimenti normativi, che permette di comprendere come il percorso di formazione al civismo sia lungo, articolato e non semplice, in quanto «richiede un dialogo educativo mirato, che tenga conto dell’età degli studenti e delle risorse personali disponibili» (infra).
Il saggio L’insegnamento dell’Educazione Civica: un approccio integrato per un orizzonte condiviso diLoredana Manetta considera la trasversalità piena dell’insegnamento dell’educazione civica, soprattutto in termini di eguaglianza, di opportunità come di accesso alle risorse formative, soffermandosi anche sui principali nuclei tematici delle recentissime Linee Guida, affinché si possa davvero programmare «un percorso in grado di rafforzare non solo la speranza ma, soprattutto, la consapevolezza che, ognuno di noi, possa davvero dare il proprio contributo per la costruzione di una società con meno disuguaglianze e conflitti (infra).
Piglialarmi Giovanna all’interno della sua trattazione Dall’ombra alla luce: voci di coraggio. Riformulare il dialogo per contrastare il Bullismo e Cyberbullismo, osserva il tristissimo fenomeno del bullismo nelle sue varie forme da una prospettiva pienamente “di intervento”, riportando un efficace progetto nell’I.C. di Villanova Monferrato, programmato in piena sinergia con tutti gli enti e le forze del territorio, comprese le FF. OO., e come auspicio per il futuro emerge che «L’approccio ha dimostrato particolare efficacia nell’includere studenti con bisogni educativi speciali e nel superare barriere linguistiche e culturali» (infra).
Il saggio Le “buone pratiche” di Educazione civica: riflessione sulla Legge 92/2019 alla luce di alcune esperienze di EIP Italia di Francesco Rovida analizza le grandi possibilità offerte dalla Legge 92/2019 sull’insegnamento dell’Educazione civica e, in particolare, la necessità di individuare, valorizzare e diffondere le “buone pratiche” scolastiche attraverso un Albo nazionale e un concorso ministeriale, poiché oggi il nodo «non è più solo cosa insegnare, ma come insegnarlo efficacemente, definendo cosa costituisce realmente una “buona pratica” in un contesto di formazione civica» (infra).
Prendendo come caso di studio l’esperienza cinquantennale di EIP Italia, il testo mostra come le iniziative dell’associazione abbiano anticipato questa esigenza e propone cinque criteri fondamentali per definire e riconoscere una buona pratica nell’ambito dell’Educazione civica.
Alessio Annino nel saggio L’educazione al civismo e l’interazione scuola-famiglia-territorio. Alcune considerazioni pedagogiche analizzano il «consolidarsi un’educazione alla cittadinanza che contribuisca alla maturazione di concetti quali confronto costruttivo, dialogo aperto, interazione e rispetto delle regole, e che possa promuovere la partecipazione attiva dei soggetti alla vita in società, accrescere il senso di consapevolezza e di responsabilità» (infra).
Il saggio C’era una volta l’Educazione Civica e… c’è ancora di Giuseppe Adernò conclude idealmente il percorso del volume con un preciso e significativo excursus storico sull’educazione civica ribadendo la fondamentale rilevanza «dell’introduzione nella scuola italiana dell’insegnamento dell’Educazione Civica, a seguito di un Convegno nazionale dell’UCIIM celebrato presso il Castello Ursino di Catania nel 1957» (infra), soffermandosi sulle successive vicissitudini che l’hanno caratterizzata fino ad oggi, con le implicazioni della complessità crescente.
[1] OCSE, Teachers Matter: Attracting, Developing and Retaining Effective Teachers, Paris 2005, in https://www.oecd.org/education/school/34990905.pdf.
[2] A. K. Sen, La disuguaglianza. Un riesame critico, Il Mulino, Bologna 1994, p. 63.
[3] Z. Bauman, Globalizzazione e glocalizzazione, Armando Editore, Roma 2005
[4] Termine usato nel saggio di M. McLuhan Understanding Media: The Extensions of Man, MIT Press Ltd, Cambridge, Massachusetts 1994, in cui si esprime il passaggio dall’era della meccanica a quella elettrica
[5] E. Morin, La testa ben fatta, Riforma dell’insegnamento e riforma del pensiero, Raffaello Cortina, Milano 2000, p. 76.
[6] Cfr. A. Annino, L’educazione al civismo nella società contemporanea. Prospettive partecipazione Intercultura, Pensa MultiMedia, Lecce-Rovato 2022.
